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petra.jpgArrivo a Petra con un’immagine già pronta nella testa. Inutile negarlo.
È quella, irresistibile e un po’ colpevole, di “Indiana Jones e l'ultima crociata”: il cavallo che corre, il respiro che accelera, la gola di roccia che si apre all’improvviso sul “Tesoro”. Hollywood mi ha preceduto.
E, come spesso accade coi film, mi ha semplificato. 

È che sono da sempre un fan di Indy, se non avessi fatto il giornalista, mi sarebbe piaciuto fare l’archeologo, ma poi mio padre, che era pragmatico, mi fece riflettere sul fatto che «Ormai hanno già scoperto tutto».
Non era vero, e lo sapevo, ma mi appoggiai su quel consiglio per seguire la mia vera vocazione.
Però, sulla mia scrivania, accanto agli Obelix che colleziono c’è una copia del diario del professor Jones. Un gadget per cinefili, certo, ma mi aiuta a non chiudere mai le porte ai sogni.

Torniamo a Petra.
Attraverso il Siq, quel taglio impossibile nella pietra, inseguendo un’icona hollywoodiana, che pian piano si stempera nella lunga camminata di quasi due chilometri, mentre la roccia sembra scostarsi, la luce cambia, e Al-Khazneh appare.

Perfetta. 

Monumentale. 

Fotografabile.
I turisti si accalcano, fastidiosi quasi quanto i muli invadenti e malguidati che costringeranno Elisabetta a rinunciare alla salita al Monastero sulla montagna. I selfie si sovrappongono, le pose si ripetono. 

È il tributo che un posto così straordinario paga alla sua straordinarietà: non ci vengono per capire, ma per postare, come nelle migliaia di location italiane.
Come al Colosseo, e mentre ci penso, mi accorgo che anche tra le pietre di Petra si aggira un tizio con la lancia, il mantello e un elmo. Proprio come i “centurioni” instagrammabili romani.

Tutto il mondo è Paese e i turisti, in tutto il mondo, sono spesso mandrie affamate di souvenir.

Viaggiare è altro.

Però anch’io, che amo considerarmi un viaggiatore, sono caduto in tentazione.

L’ho fatto, inutile fingere.
Confesso: ho ceduto al selfie davanti al “Tesoro”, ma non per portare via un’immagine, una prova o un frammento da esibire. Il mio era una sorta di debito cinefilo da saldare, ma senza fingere che fosse abbastanza.

Anzi.

Perché Petra non è gentile, con chi si ferma alla superficie.

Basta girare l’angolo - pardon, doppiare una roccia - e il Tesoro rivela la sua natura: una vetrina, una copertina. 

Un fotogramma di quella Hollywood che semplifica.

Il resto è altrove. 

Ed è smisurato. 

La città scavata, rubata alla roccia con una pazienza che l’Occidente ha dimenticato, si apre come un mondo altro, non pensato per stupire ma per durare.
Templi, tombe, teatri, vie di scalini: tutto inciso, non costruito.
Tutto sottratto alla montagna, non aggiunto.

È un lavoro di estrazione, non di costruzione.
Anzi: di liberazione, perché quelle colonne, quei capitelli, quei fregi, è come se fossero già nella roccia, bisognava solo riportarli alla luce. 
Preesistevano alla conoscenza dell’uomo che li avrebbe… liberati.

È allora che arriva la consapevolezza, sottile e quasi dolorosa: prima che la storia fosse nostra, era di altri.
E non era minore, né primitiva, né in attesa di essere scoperta. 

Era grande.
Organizzata.
Sapiente. 

Nelle pieghe del racconto di Omar, la guida, intuisco come i Nabatei avessero compreso ciò che noi stiamo ancora imparando: l’arte di abitare un luogo senza violentarlo, di dialogare con la materia invece di dominarla.

Petra ti mette davanti al limite del tuo sguardo occidentale. 

Ti dice che sei arrivato cercando un mito narrato da altri, e che il vero racconto non ti appartiene.
Qui non sei protagonista, sei ospite tardivo.
E forse è questo che spiazza: scoprire che la meraviglia non è stata fatta per te.

Quando te ne vai, lo fai con una strana sensazione di perdita.
Come Indiana Jones, sai di aver lasciato qualcosa dietro di te.
Non un oggetto, non una reliquia.
Ma un frammento intimo, irripetibile: una parte del tuo Santo Graal delle emozioni.

Petra non si lascia possedere. 

Si concede per sottrazione. 
Ti lascia molto più di quanto speravi, e infinitamente più di quanto credevi di essere pronto a capire.

E sai che resterà incisa, come lei sola sa fare.

Non nella roccia, ma nell'anima.Screenshot_2025-12-30_alle_19.55.31.png