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Screenshot_2026-01-26_alle_22.10.25.pngQuesta volta la mia rubrica verterà su una parola, probabilmente sconosciuta ai più; prenderò però il gusto di svelarla in chiusura.
La suscita, tale parola, tutto quell’insieme di annunci, promesse, impegni, rassicurazioni, che ogni giorno da mille rivoli ci piovono addosso. Non sentiamo forse magnificare ciò che non riusciamo nemmeno a vedere? oppure esaltare quel che andrebbe iscritto nella categoria della normalità? E ancora, non sentiamo decantare un futuro che stride con le possibilità del presente o vediamo atteggiamenti che sono una sfida al buon senso? Insomma, ci raccontano di problemi risolti, di magnifiche sorti e progressive, incertezze dissolte, vita pubblica e individuale piena di gratificazioni; quando vediamo benissimo che così non è. In questo modo, ascoltiamo una favola zeppa di frottole, gettate in pasto a chi se ne vorrà ingrassare e alimentate a beneficio di urne elettorali, prebende da incarichi, premi morali da incassare. L’apparenza è quella di dichiarazioni trionfali e compiaciute, la sostanza è il nulla che emerge alla prova dei fatti. E chi ce lo racconta, lo sa.
Ma io non me la bevo.
L’obiezione che mi potrebbe esser mossa è quella di chi indica la provincia come il luogo ideale per gettare in pasto ogni tipo di verità, lasciando che alberghi sempre più il senso di appagamento, di acquiescenza bonaria, mentre in realtà lascia solo albeggiare, in chi sproloquia, un fortunato futuro. Bene, la saggezza di provincia ha creato anch’essa i suoi anticorpi, ricorrendo ad un termine simile a quello che sto per rivelare ma questa volta noto ai più.
Apotia, questa è la parola che ho annunciato all’inizio e che significa “Io non me la bevo”. Fu coniata da Giuseppe Prezzolini nel 1922 nel suo periodico “La Rivoluzione liberale” e sta ad indicare persone che rifiutano di credere a ciò che viene detto, preferendo la ricerca della verità e la chiarezza di pensiero. Rivendico l’apotia, allora. E la sposo a quella espressione tutta teramana, di essa sinonimo: viene utilizzata da sempre e mette all’indice i raccontafrottole, accolti con sarcasmo: “Abbuttapallune”; un’alzata di spalle li accompagna all’uscio e una risata li seppellisce con la loro indegnità.
AMLETO