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“Indignatevi”. Con questo titolo lo scrittore francese Stéphan Hessel, scrisse alcuni anni fa un pamphlet per provocare i suoi connazionali invitandoli a reagire contro le menzogne, l’ipocrisia, il conformismo acquiescente. Riprendo quell’appello e lo indirizzo in salsa adeguata (più modesta, perciò, ma non meno furente) ai miei lettori. Un tempo, e nemmeno tanto lontano, di fronte a ciò che nella vicenda pubblica sembrava sbagliato, falso, inadeguato, i teramani rispondevano con l’arma dell’ironia, se non del sarcasmo, confinando perciò i responsabili dello scempio, nel limbo della risata strafottente e inserendoli in un calderone nel quale lasciar cuocere inettitudine e sfacciataggine. Era un modo per cacciarli dal consesso comune e rigettarli via, nel deserto della indifferenza e della immobilità.
Oggi, nemmeno questo: solo silenzio.
Perché non ci si indigna più? Eppure di motivi, di ragioni ce ne sono davvero tante. C’è una combinazione di fattori dinanzi ai nostri occhi a mostrarci che l’indignazione sarebbe naturale, spontanea. Basta alzare lo sguardo.
In realtà, quel che su ogni cosa si impone sempre più, non è tanta inefficienza o incapacità ma il cadere progressivo di tutto e di tutti in una sorta di rassegnazione, come se non ci fossero più modi e speranze per cambiare le cose; questo è il dato più negativo (e brutto) degli ultimi anni: l’accettazione arrendevole di tanta offesa al bene civico, da cui si genera un paradossale consenso implicito da parte della stragrande maggioranza dei cittadini, evidentemente indolenti.
Vedo e sento lamenti da ogni parte; vedo e sento disapprovazione se non disprezzo per la classe dirigente; una deplorazione, però, che rimane confinata nell’alveo della denuncia orale, nello spazio della lamentazione e della lagnanza.
Perché non ci si indigna più? Perché questa rabbia collettiva non si trasforma in azione, in rivolta politica? E sì, siamo di fronte ad un comportamento schizofrenico che porta tutti a non reagire a fronte alla pubblica e politica condanna. L’indignazione è un atto, un sentimento di sdegno per ciò che offende la coscienza morale e, in questo caso, collettiva. Da essa, nascono azioni – democratiche e sempre legittime, per carità – che scaccino dalla gestione della comunità chi se ne è dimostrato indegno, inadatto. L’indignazione è l’atto ultimo di denuncia.
Pena l’abbandono al timoniere di ogni potere.

AMLETO