L’ultima notte dell’anno, in un campo tendato, sotto le stelle del deserto. Già al momento di prenotare il viaggio in Giordania, questa era la suggestione più prepotente. Certo, una parte di me temeva che potesse rivelarsi una serata ad uso e consumo dei turisti, ma non avevo fatto i conti col deserto.
Avevo temuto che questa ultima notte del 2025 se ne andasse tra un “a - e - i - o - u - ypsilon” inseguendo “meu amigo Charlie”, in un rinnovarsi di noiosi stereotipi, incorniciati da uno scenario atipico.
Invece, no.
Questa ultima notte del primo quarto del ventunesimo secolo, non è scivolata via tra botti e brindisi, ma si è fermata.
Si è seduta per terra, nel freddo asciutto del deserto, nel cuore del Wadi Rum.
Perché qui il tempo non corre: si stratifica, come la sabbia che si infila nelle pieghe della roccia, come il silenzio che resta anche quando qualcuno parla.
Questo immenso anfiteatro naturale, dove l’occhio non trova mai un confine netto e ogni dettaglio ti spezza il fiato, è un vuoto pienissimo.
Ed è facile capire perché il cinema l’abbia scelto come set.
Il Wadi Rum è stato l’amplificatore epico di Lawrence of Arabia, la solitudine ostile di The Martian, la sabbia iniziatica di Dune, l'alieno orizzonte di Star Wars.
Qui la Terra recita se stessa e, allo stesso tempo, racconta qualcos’altro.
Il senso profondo di questo luogo sta nel conflitto che non si risolve mai.
La sabbia contro la roccia, mobile contro immobile, la carezza lieve contro la ferita prepotente. Il sole, che di giorno domina senza misericordia, e l’acqua che resta una promessa, una voce lontana.
Tutto è eccesso o mancanza, mai equilibrio.
Eppure è proprio in questa tensione eterna, che il deserto trova la sua armonia, una forma di ordine che non chiede di essere capita, solo accettata.
Accanto al fuoco, i beduini ci osservano.
Sembrano del tutto indifferenti al nostro "aspettare l'anno nuovo" e, in un attimo, capisci che quel piccolo braciere scalda un attimo senza temoo.
Non capiscono le nostre parole, e non sembrano incuriositi dal nostro raccontare e raccontarci, del nostro gesticolare instancabile, della nostra fame di dialogo.
Loro, da sempre popolo del deserto, sono scolpiti dal silenzio di un luogo nel quale, di notte, ti capita di sentire un rumore costante, nuovo, come l’eco lontana di una città dalla circolazione ipertrafficata, ma poi scopri che si tratta sì di un problema di circolazione, ma della tua.
Quello è il rumore del sangue che ti scorre nelle vene.
I beduini lo sanno, è il loro rumore da sempre. Sono ruomini e donne che hanno imparato a leggere il vento, a riconoscere la notte, a fidarsi delle tracce più lievi. Oggi sono anche gli unici autorizzati a portare i visitatori in giro tra canyon e pianure, a bordo di pick-up malconci, che sembrano tenuti insieme più dalla memoria che dai bulloni. Ogni sobbalzo è una storia, ogni deviazione una scorciatoia, che non compare sulle mappe. Peccato solo che le tracce del turismo di massa, spuntino fastidiose tra le dune.
L’anno nuovo è arrivato in questo angolo dell'immenso deserto senza chiedere nulla.
Nessun augurio solenne, nessuna promessa urlata.
Solo la consapevolezza, limpida come l’aria notturna, di essere piccoli dentro qualcosa di immensamente più grande.
Nel Wadi Rum l’ultima notte dell’anno non si festeggia: si attraversa.
E al mattino, con il primo sole che incendia la roccia, ti accorgi che non è cambiato il calendario, ma lo sguardo.
ADAMO

