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Per Guido Gambacorta, ricordare il padre Carino significa attraversare due vite parallele: quella pubblica dell’amministratore, dell’ex sindaco che per quindici anni ha segnato il volto di Teramo, e quella più segreta, silenziosa, dell’uomo che ha conosciuto la prigionia e il peso della guerra senza mai farne racconto. «Pensavo di essere qui per ricordarlo come amministratore», confessa. «E invece mi sono ritrovato a celebrare una parte della sua vita che, in realtà, conosco poco. Perché mio padre non ne parlava mai». Carino Gambacorta era una presenza familiare nei corridoi del municipio, allora cuore pulsante della città. Per Guido, crescere significava respirare quell’aria, osservare da vicino un padre che viveva il ruolo pubblico con naturalezza, in un tempo in cui le istituzioni avevano un’aura diversa, quasi solenne.  Eppure, dietro l’uomo delle opere, delle decisioni, delle scelte, c’era un padre che portava dentro una storia che non cercava attenzione. Un passato da prigioniero di guerra, di cui restano appunti,  un diario, che Guido non ha mai trovato il coraggio di leggere. «Non ne ho avuto la forza», ammette. «Scriveva su un taccuino, ma non l’ho mai aperto». Il ricordo si fa più vivido quando Guido parla delle opere realizzate sotto le amministrazioni del padre. Lo "stradone", oggi percorso quotidianamente da migliaia di persone, allora non esisteva. Il "ponte del manicomio" nacque in un tempo di scarsità, quando i soldi mancavano e le soluzioni dovevano essere inventate. «Mio padre costrinse i costruttori a portare lì i materiali di risulta. Io da bambino andavo con lui a contare i passi, a vedere quanto terreno si fosse guadagnato, quanto si fosse risparmiato». Sono memorie domestiche, piccole, lontane dalla retorica, che raccontano più di tante celebrazioni ufficiali. Guido Non sfugge  al vento delle polemiche, in particolare quella legata al vecchio teatro comunale. «Qualcuno sembra ricordarlo solo per questo. Ma quella fu una scelta contestualizzata al tempo. La storia non si processa: si accetta». Guido lo dice senza rabbia, ma con una punta di amarezza. «Posso capire chi è giovane e non sa. Ma chi ha vissuto quegli anni dovrebbe ricordare tutto, non solo un episodio». E ricordare anche che quella fu la scelta conidivisa dalla stragrande maggioranza della città, non fu scelta di un singolo. Oggi, con la posa della pietra d’inciampo dedicata a Carino Gambacorta, la memoria del padre si ricompone in un modo nuovo. Non solo come amministratore, ma come uomo che seppe fare una scelta difficile, pagando un prezzo personale altissimo.  E  quel piccolo cubo d’ottone incastonato nella pietre, proprio davanti al vero Municipio di Teramo, diventa anche il modo con il quale questa città gli dice "Grazie".