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prontosoccorsoteTrascorrere un pomeriggio al Pronto Soccorso di Teramo apre la mente, fa riflettere sul come sono distribuite le risorse economiche in sanità, fa pensare a come dovrebbe essere una sanità in una società avanzata, tra codici rossi e gialli (che hanno la priorità) e verdi e bianchi (che non dovrebbero essere al Pronto Soccorso), tra gente che tossisce (spargendo infezioni in ambiente che dovrebbe avere almeno un aspiratore efficiente), tra gente che ha programmato una lastra alle coste al decimo giorno (come se invece che al decimo giorno facesse il controllo al dodicesimo cambiasse qualcosa), tra gente che corre in uno dei due soli bagni, con apertura diretta sulla sala d’attesa, per una scarica di diarrea (quando invece potrebbe starsene tranquillamente sulla tazza di casa), tra gente che deve fare solo un referto rilasciato dal Pronto Soccorso (come se il referto del Pronto Soccorso è inoppugnabile, mentre quello del proprio medico è fallace).

E tutto ciò fra poveri anziani semi abbandonati in bella mostra sulle barelle, fra bimbi irrequieti, persone con il dito fratturato, donne incinte, vecchie dalle gambe gonfie. Tutto ciò fra la totale assenza di privacy (l’infermiera addetta al triage che afferma, con tono gentilissimo, che si verrà chiamati per nome e non per numero, comunque sempre meglio che per malattia), fra lettini di astanteria senza neanche un barlume di tenda o di separè, senza una coperta pulita, ma solo il giaccone con il quale si è arrivati. L’unica svolazzante tenda è quella che cerca inutilmente di apparire utile nel separare lo spazio (non un ambulatorio, sarebbe troppo, e senza appendiabiti o di apposite sedie) dove fare l’elettrocardiogramma di routine. Per non parlare della pulizia dei pavimenti che da anni sembra che non vedano una goccia di disinfettante strofinato con olio di gomito, ma solo mochi passati delicatamente che raccolgono la polvere superficiale, giusto per far apparire pulito ciò che non lo è. Basterebbe poco per rendere almeno decoroso il primo punto di accoglienza di chi è veramente malato e di coloro che pensano di essere malati e che per fortuna non lo sono, ma che comunque hanno bisogno di conforto. Basterebbe una sala di attesa ampia, con una distanza sufficiente fra potenziali infettanti (a cui obbligare l’utilizzo della mascherina) e coloro in attesa di accertamenti. Una sala d’attesa con un’aria aspirata da sistemi efficienti. Una sala d’attesa separata dal via vai di malati. Una sala d’attesa disinfettata continuamente. Pulita. Igienizzata. Con un numero abbondante di bagni separati e distanti dal luogo dove dover pazientare nella giusta attesa. Perchè non si può pretendere di avere tutto e subito se per fortuna si può aspettare. In fondo da cittadino consapevole non si chiede molto: rispetto della privacy e della dignità di uomini in una società che presuntuosamente si definisce civile. Ad ultimo un invito e un suggerimento. Va molto di moda la trasmissione boss in incognito: allora inviterei chi ha responsabilità decisionali di rendersi irriconoscibile e trascorrere una giornata presso il proprio Pronto Soccorso. Forse capirebbe. Chissà.

Lettera Firmata.