
C’è un filo rosso che lega ormai molte delle scelte della giunta teramana: qualunque passaggio, anche il più tecnico, viene trasformato in un campo di battaglia. Non fa eccezione neppure la nomina della Consulta per le Pari Opportunità, che avrebbe dovuto rappresentare un momento alto, condiviso, quasi “naturale”, e che invece si è trasformato nell’ennesima prova di forza interna alla galassia gianguidica. La vicenda è emblematica. Alla vigilia del voto, e fino ai primi minuti della seduta consiliare, il nome su cui si concentravano attenzioni, pressioni e malumori era quello di Nadia Ragonici. Una candidatura gradita al sindaco, sostenuta da una parte della maggioranza, benedetta dal presidente della Provincia e soprattutto spinta con grande zelo da Vincenzo Cipolletti, ex consigliere comunale ormai stabilmente calatosi nel ruolo di paladino social dell’amministrazione D’Alberto. Un difensore d’ufficio che interviene a getto continuo per spiegare quanto ogni scelta della giunta abbia, più o meno esplicitamente, una portata storica. Peccato che, come spesso accade, qualcuno abbia fatto i conti senza l’oste. O, per dirla meglio, senza la normativa sulle incompatibilità. Il fatto che Ragonici sia dipendente di Manpower, società che ha rapporti in essere con il Comune per la fornitura di personale, ha aperto una falla in una candidatura presentata come blindata. Da una parte chi giurava che problemi non ce ne fossero, dall’altra chi annunciava ricorsi, in mezzo una maggioranza nervosa e una minoranza che chiedeva semplicemente di applicare le regole. Il finale è stato affidato alla stessa Ragonici, che con una PEC urgente ha ritirato la candidatura. Passo indietro nobile? Scelta suggerita? Atto spontaneo o soluzione concordata? Le versioni divergono, ma la sostanza non cambia: una brutta figura è stata solo parzialmente evitata. Perché quando una macchina amministrativa arriva a pochi minuti dal disastro su un atto così semplice, il problema non è chi si ritira, ma chi ha costruito male tutto il percorso. Superato l’ostacolo, ecco il secondo capitolo. Il tentativo, da parte della maggioranza, di eleggere tre consiglieri interni contro uno della minoranza per coprire i quattro posti disponibili. Anche qui, numeri alla mano, arriva lo stop: la distribuzione deve essere due e due. Tradotto: un altro piccolo scivolone politico, corretto solo grazie all’intervento dell’opposizione, e in particolare del capogruppo di Forza Italia Cozzi.
Si voto, ma anche il voto tradisce il nervosismo, che porta due "franchi tiratori" della Maggioranza a votare per la Marroni. E anche questo è segno politico.
Gli eletti sono Maria Cristina Marroni 8 voti e Alessio D’Egidio 6, per la Minoranza Deborah Fantozzi 10 e Paolo Rapagnani 7 per la Maggioranza. Gli esterni sono: Lucia Verticelli 5, Valentina Coccioli 13, Serena Lupinetti 6 Davide Di Carlantonio e Gianluca Di Giacinto 3.
Il risultato finale fotografa una Consulta composta in modo formalmente equilibrato, ma nata dentro un clima di forzature e correzioni in corsa. Ed è proprio questo il punto politico. La Consulta per le Pari Opportunità dovrebbe essere uno spazio di garanzia, ascolto, competenza e autonomia. Invece, anche questa volta, è diventata terreno di scontro tra correnti, fedeltà, sponsor politici e nervi scoperti fino all’ultimo secondo. Il problema non è solo la gestione di una nomina. Il problema è l’idea, sempre più evidente, che ogni organismo, anche quelli nati per tutelare diritti e inclusione, venga letto come una casella da occupare, ma governare non significa vincere ogni votazione. Significa, prima di tutto, non trasformare ogni nomina in una brutta figura. Fatta o rischiata.
Ad’A

