
Io vi maledico, o voi che nel silenzio
curvate il dorso al vento dell'inerzia,
mentre il Delfico muore ad ogni istante
sotto il peso di un tempo che non passa.
Io vi maledico, gelidi custodi di timbri,
di rinvii e di scartoffie, che tra i ricorsi
e i crediti negati lasciate colpevolmente
che la storia teramana vada in polvere.
Io vi maledico, cuori di cemento,
che sordi ai gridi delle aule vuote
vedete il marmo farsi preda e scempio
di chi la notte i corridoi violenta.
Maledico il ristagno della mente
di chi potrebbe e sceglie di non fare,
di chi guarda il degrado e si fa assente
mentre il sapere smette di vibrare.
Io vi maledico, per quell'orrido esodo
di giovani scacciati in un mattino,
naufraghi persi in un esilio amaro,
senza un approdo e senza più un destino.
La vostra indifferenza è la ferita
che squarcia il petto a questa collettività,
è il fango sopra un'epoca fiorita,
è il buio che cancella la città.
Io vi maledico, e il grido non si spegne,
finché il Delfico resta prigioniero
di chi non ha l'onore e né le insegne
per difendere il nostro bene intero.
Io vi maledico, per ogni bivacco
che infanga il suolo dove s’insegnava,
per l'umidità che morde come un sacco
la pietra che la gloria un dì portava.
Io vi maledico, burocrati assopiti,
che in poltrona attendete il naturale
sfiorire dei pilastri ormai feriti,
mentre il silenzio si fa criminale.
Io vi maledico, per il vuoto immenso
che nelle menti degli studenti s'apre,
perché avete rubato il loro senso,
chiudendo a chiave le memorie ladre.
Io vi maledico, per ogni rinvio,
per le perizie usate come scudo,
mentre si spegne il sacro fuoco
e il brio di un liceo ch'è rimasto solo e nudo.
Maledico chi tace e chi non osa,
chi volta il viso al sorgere del sole,
chi tra le scartoffie il cuore oramai
posa e ignora il peso di queste parole.
Io vi maledico, per la nostra storia,
che calpestate con passo pesante,
negando ai figli la degna memoria
di un tempio che fu faro e fu costante.
Io vi maledico, e questa maledizione
sarà la macchia sopra il vostro nome,
perché l'inerzia è la peggior prigione
che sventra l'anima e ne recide le chiome.
Elso Simone Serpentini

