


Un video lungo quasi due ore e mezza. Immagini che nessun genitore dovrebbe mai vedere. E che invece Roberto Listorti ha dovuto guardare: dentro c’è la violenza subita da suo figlio Matteo, il diciassettenne disabile di Silvi Marina vittima di un brutale pestaggio. Ora quel filmato è nelle mani degli inquirenti. Ma il peso di ciò che mostra resta negli occhi e nelle parole di un padre. «Gli atteggiamenti che ho visto non possono essere considerati ragazzate o bravate», racconta con voce ferma ma segnata il papà davanti alle telecamere del Tg3 Abruzzo. «Mio figlio non è stato gettato due volte, ma ben tre nel secchio dell’immondizia. Gli toglievano il cellulare e se lo passavano tra loro, lo mettevano nel cestino per costringerlo ad avvicinarsi. Ho visto cose che adesso, fortunatamente, sono in mano alle forze dell’ordine, che sapranno trarre le loro valutazioni». Roberto Listorti ha scelto di non chiudersi nel silenzio. Oggi è stato a Roseto, davanti agli alunni delle scuole medie dell’Istituto comprensivo 1, per parlare di bullismo nell’ambito del progetto “Primo Borsellino”. Perché dal dolore può nascere una testimonianza capace di scuotere coscienze ancora in formazione. Accanto a lui c’è anche Gloria Della Casa, madre di Ciro, ragazzo marchigiano più volte bullizzato. La sua è una ferita più lontana nel tempo, ma non meno profonda. «Mio figlio ha ricevuto talmente tanto bullismo… e all’epoca non c’erano social, non c’era tutta questa visibilità. Ho combattuto da sola», ricorda. Poi si rivolge idealmente ai ragazzi: «Devono capire che l’omertà è ancora più brutta del bullismo. Servono prevenzione, attenzione, rispetto degli altri e delle regole, gentilezza. È questo che significa fare prevenzione: partire prima, prima che accada». Nell’aula, le storie diventano specchio e monito. Quelle immagini terribili, oggi custodite dagli investigatori, non sono più solo prova di un reato: sono la misura di quanto può essere crudele la solitudine di una vittima e di quanto sia urgente spezzare il silenzio che spesso la circonda. Matteo non è solo un nome in una cronaca. È un ragazzo che voleva essere accettato. E la sua storia, raccontata dal padre davanti a una platea di adolescenti, chiede una cosa semplice e enorme insieme: che nessuno, mai più, venga trattato come un rifiuto da gettare via.

