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ManuccipiA Teramo, lo conoscevano tutti, Piero Manucci. Sia per la sua attività professionale, gestiva una sua agenzia immobiliare, sia per l'impegno politico nella destra antagonista, era una di quel persone che si incontrano in città, nel quotidiano scorrere delle vita di una cittadina di provincia, e con le quali si trova sempre uno spunto di discorso. Poi, di lui, abbiamo un po’ perse le tracce, il gioco della vita l’aveva portato altrove, a Chieti, prima e in Brasile poi, dove vive da 13 anni. Ed è da lì, che ci scrive, per raccontarci una storia di burocrazia e di distanza, di carte bollate e date sbagliate. La sua storia, quella di un italiano all’estero, che cerca di combattere una battaglia contro il muro di scartoffie che gli nega la possibilità di cominciare un nuovo percorso. Vuole diventare cittadino brasiliano, ma il suo è un caso che riporta sotto i riflettori le difficoltà concrete dei connazionali fuori dai confini nazionali, e l’eterogeneità delle prassi tra uffici giudiziari italiani. Nel giugno scorso, Manucci riceve la notizia del suo cancellamento dall’Anagrafe degli italiani residenti all’estero e del reinserimento nei registri del Comune di ultima residenza, Chieti. Nel frattempo, con il passaporto prossimo alla scadenza e la decisione di avviare la naturalizzazione in Brasile, sceglie di non rinnovare il documento italiano. Per completare la domanda di cittadinanza brasiliana servono però i certificati penali italiani. Il certificato dei carichi pendenti può essere rilasciato solo dalla Procura dell’ultima residenza. Manucci delega un amico a Chieti utilizzando il modello ufficiale del Ministero della Giustizia, ma allo sportello il documento viene respinto: la Procura accetta esclusivamente un proprio modulo interno. Rifatta la delega secondo le indicazioni, emerge un nuovo ostacolo: la necessità di dimostrare il motivo della richiesta del certificato, requisito che però non trova corrispondenza nelle procedure brasiliane, dove non esiste un equivalente dei “carichi pendenti”. Il tentativo si sposta allora su Pescara, perché il certificato penale – a differenza dei carichi pendenti – può essere richiesto in qualsiasi Procura. Anche qui, però, il modello ministeriale non è accettato e si chiede l’uso di un modulo dell’ufficio. Dopo settimane di invii, postille e spedizioni internazionali, il certificato arriva in Brasile, ma contiene un errore: l’anno di nascita è sbagliato, 1957 anziché 1956. La correzione si rivela impossibile. L’ufficio giudiziario invita a presentare una nuova domanda, ma a quel punto il passaporto di Manucci è scaduto e non può più allegarne copia valida alla delega, requisito indispensabile. Le e-mail inviate alla Procura restano senza risposta. I contatti del Ministero della Giustizia risultano in gran parte inutilizzabili: indirizzi che accettano solo PEC o servizi indicati come attivi ma in realtà dismessi. Il risultato è un vicolo cieco amministrativo che blocca la procedura di cittadinanza in Brasile e lascia il cittadino privo di strumenti per correggere un atto ufficiale errato. «Insistere era inutile», scrive Manucci nel suo racconto, sintetizzando un senso di frustrazione che molti italiani all’estero riconoscono: la distanza geografica amplifica l’impatto di ogni discrepanza tra norme nazionali e prassi locali. Il caso solleva almeno tre questioni strutturali: l’assenza di moduli standard realmente uniformi tra Procure, l’impossibilità di rettificare rapidamente certificazioni con errori materiali e la dipendenza da documenti d’identità in corso di validità anche quando l’errore nasce dall’amministrazione stessa. Temi noti alle associazioni degli italiani nel mondo, che da anni chiedono digitalizzazione integrale delle certificazioni penali e sportelli consolari con accesso diretto alle banche dati giudiziarie. Intanto, per Manucci, la vicenda resta sospesa. Senza certificati corretti, la cittadinanza brasiliana non può essere perfezionata; senza documento italiano valido, non può essere avviata una nuova richiesta. Una spirale burocratica che, da Chieti a Pescara fino a Brasilia, mostra come la burocrazia non non conosca frontiere.