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A trovare questo foglietto, lasciato sui banchi del Consiglio Comunale, è stato il consigliere comunale Franco Fracassa, prima dell’inizio del question time di giovedì pomeriggio. A parte il commento sulla pulizia della sala prima del Consiglio, sulla quale si è espresso durante i lavori il capogruppo di Forza Italia Mario Cozzi, questo “compitino” apre il campo a tutta una serie di valutazioni.
Cominciamo dal testo, dal quale abbiamo ovviamente tolto il nome:



«Giovedì scorso in classe abbiamo parlato del cyberbullismo. Ho capito che succede anche tra ragazzi della nostra età, per esempio quando nei gruppi di classe qualcuno insulta o prende in giro altri compagni. Questo può far stare molto male chi riceve i messaggi, anche se avviene solo online.Mi ha colpito anche il fatto che quando pubblichiamo qualcosa su Instagram non resta solo lì. Le foto o i messaggi possono essere condivisi su altri siti o salvati da altre persone. Così, anche se noi cancelliamo il post, può continuare a circolare altrove e non abbiamo più il controllo. Per questo bisogna fare attenzione a quello che si scrive e si pubblica su internet e rispettare gli altri anche quando si usa il telefono o i social. Il cyberbullismo è pericoloso perché le offese possono diffondersi velocemente e restare nel tempo».


Nel breve elaborato di questo alunno di prima media emerge con chiarezza un dato: il tema è percepito come importante e vicino all’esperienza quotidiana. Il riferimento al gruppo di classe in cui alcuni compagni si sarebbero insultati, così come l’osservazione sulla diffusione incontrollata dei contenuti pubblicati su Instagram, indicano che il ragazzo coglie almeno due aspetti reali del fenomeno: l’aggressività nelle chat tra pari e la perdita di controllo su ciò che si condivide online. Tuttavia, proprio su questi spunti che potrebbero diventare significativi, il testo si ferma in superficie. L’episodio degli insulti nel gruppo di classe è citato ma non analizzato: non si riflette sulle cause, sulle responsabilità, sulle conseguenze per chi subisce né sul ruolo di chi assiste. Il cyberbullismo resta così una parola evocata, ma non compresa nella sua complessità relazionale ed emotiva. Anche la parte sui social rivela una comprensione solo parziale. L’idea che un post cancellato da Instagram possa restare altrove mostra una percezione intuitiva della permanenza dei contenuti digitali, ma manca la consapevolezza dei meccanismi reali (condivisioni, screenshot, piattaforme diverse) e soprattutto delle implicazioni etiche: perché è un problema? quali rischi comporta? cosa dovrebbe cambiare nei comportamenti? Nel complesso, l’elaborato appare più come una registrazione di quanto ascoltato in classe che come una rielaborazione personale. Non emergono opinioni, giudizi, esempi sviluppati o tentativi di valutare il fenomeno. La riflessione resta quindi descrittiva e frammentaria, senza quel passo ulteriore — anche semplice, data l’età — che trasformerebbe l’esperienza in consapevolezza: dire se è giusto o sbagliato, perché accade, come ci si dovrebbe comportare. Va considerato, naturalmente, il livello scolastico: in prima media la capacità di analisi è ancora in formazione. Proprio per questo, però, il compito avrebbe potuto essere l’occasione per iniziare a interrogarsi sul significato delle proprie azioni online e su quelle dei pari. Qui, invece, il problema del cyberbullismo viene solo accennato, non realmente valutato. Ed è in questa mancata profondità — più che negli errori formali — che si colloca il limite principale del testo.