Voglio rispondere ai parrocchiani che stamattina hanno scritto del parroco di Colleparco con argomentazioni che credo possano rapprensentare meglio la voce di chi oggi non condivide un certo modo di vivere la Chiesa e la comunità e si è allontanato.
*Una comunità che chiede ascolto, non giudizio*
Da tanto e troppo tempo, all’interno della nostra comunità parrocchiale, si respira un clima che molti fedeli faticano a riconoscere come casa spirituale.
La Chiesa dovrebbe essere il luogo dell’accoglienza, del cammino, della crescita e non quello della costante ammonizione o, peggio, del senso di colpa.
Molti di noi si avvicinano alla Messa non perché perfetti, ma proprio perché consapevoli dei propri limiti e desiderosi di migliorarsi alla luce del Vangelo. È lì che cerchiamo conforto, orientamento e speranza. Eppure, sempre più spesso, ciò che si percepisce non è un invito a fare meglio, ma una condanna preventiva.
Si dice che un parroco debba educare al “vero senso del Vangelo”. Ma il Vangelo annunciato da Gesù Cristo è prima di tutto incontro, misericordia, relazione. Non critica perenne e imposizione unilaterale.
*Una comunità silenziata*
Negli anni, la partecipazione attiva dei fedeli — soprattutto dei più giovani — è stata progressivamente ridotta.
• Il coro fatto di genitori e bambini non può più animare con canti la liturgia: le musiche vengono scelte e riprodotte autonomamente dal parroco tramite cellulare.
• I bambini non possono più leggere le Scritture durante la Messa (alcuni adulti sono considerati più “bravi” e meritevoli) e non vengono più coinvolti nel fare i chierichetti, togliendo loro la gioia e l’entusiasmo di un tempo.
• I laboratori e le attività formative sono stati eliminati, attribuendo la responsabilità alla “scarsa partecipazione” dei genitori alla messa domenicale.
Ma la domanda da porsi è: si è davvero spenta la partecipazione… o è stata scoraggiata?
Quando i bambini non vengono coinvolti, si allontanano. Quando le famiglie non vengono ascoltate, difficilmente restano. Quando la comunità non viene considerata, smette di sentirsi comunità.
*Educare o escludere?*
Educare alla fede non significa uniformare, ma accompagnare.
Non significa sostituire la voce del popolo con una sola voce.
Non significa togliere, ma far crescere.
Non significa chiudere, ma dialogare.
Una Chiesa che non ascolta rischia di trasformarsi in struttura, perdendo la sua natura di popolo in cammino.
*Il cuore del Vangelo*
Chi si avvicina alla Chiesa porta con sé fragilità, domande, ferite. Non ha bisogno di essere continuamente criticato e corretto, ma sostenuto.
Il messaggio evangelico non si trasmette attraverso la distanza, bensì attraverso la relazione. Non attraverso il controllo, ma la corresponsabilità. Non attraverso la rigidità, ma la testimonianza.
*Una richiesta, non una ribellione*
Queste parole non nascono da spirito di polemica, ma dal desiderio di ritrovare una comunità viva, partecipata. E soprattutto capace di coinvolgere i bambini che rapprensentano la parte più sensibile, pura e autentica della comunità.
Non si contesta l’autorità del parroco, ma l’assenza di dialogo.
Non si rifiuta l’insegnamento, ma il metodo.
Non si chiede una Chiesa più facile, ma una Chiesa più evangelica.
Una Chiesa dove i bambini possano tornare a sentirsi protagonisti.
Dove la musica sia preghiera condivisa.
Dove i fedeli non siano spettatori, ma popolo.
Perché la fede cresce insieme o non cresce affatto.
LETTERA FIRMATA

