
Ai Prati di Tivo non è più tempo di stagioni sciistiche, ma di resa dei conti. E quella di Besnik Kurtisi, titolare di Gran Sasso Sport, suona come una resa amara, ma anche come un gesto provocatorio destinato a far rumore. Dopo anni di difficoltà, promesse mancate e impianti a singhiozzo, l’imprenditore ha deciso di svuotare il suo magazzino: sci, scarponi, snowboard, ciaspole e slittini e regalarli a chiunque voglia salire in quota. Questa, è l’ennesima pagina triste che si aggiunge al libro amaro della montagna teramana. Curtisi ha rilevato l’attività tra il 2008 e il 2009, dal mitico Paccanaro, in un momento che sembrava promettente: alle spalle c’era l’investimento pubblico sulla cabinovia, oltre 24 milioni di euro, e la prospettiva di rilancio della stazione.
«Ho aperto con circa 350 paia di sci e altrettanti scarponi, più snowboard e ciaspole. Un investimento da oltre 160 mila euro - racconta - ero pieno di voglia di fare e di speranza, per qualche anno il sistema ha retto, soprattutto durante la gestione della Sangritana, quando si lavorava davvero, portavano gente e ci mettevano nelle condizioni di lavorare».
Poi, però, la Sangritana se ne va.
Anzi: «Hanno fatto di tutto per mandarla via, e poi tutto è andato sempre peggio».
Dal 2013 in poi, infatti, comincia la crisi, qualcosa si rompe. Incertezze gestionali, continui cambi, chiusure improvvise. «A parte la parentesi nella quale siamo stati noi a gestire, noi operatori, ma anche in quel caso non ci hanno messo in condizione di lavorare al meglio».
E poi il colpo definitivo: gli ultimi dieci anni, dal 2016 in avanti, definiti senza mezzi termini «un disastro».
«Gli impianti non girano, se non per qualche giorno ogni tanto, non si scia e se cade un po’ di neve in più chiudono per rischio valanghe, non ci hanno mai più messi nelle condizioni di lavorare».
Nel frattempo, la cronaca racconta dei Prati che “sfioriscono”: le attività chiudono una dopo l’altra. Alberghi all’asta, strutture abbandonate, operatori costretti ad arrendersi. Resta aperto a intermittenza solo qualche presidio storico.
Ma le tasse, quelle, non chiudono mai.
Il nodo, per Curtisi, è tutto qui: gli obblighi restano, il lavoro no.
«Gli enti pretendono i pagamenti anche se siamo chiusi. Io li devo affrontare, ma loro non ci danno la possibilità di lavorare». Parole dure, che si trasformano in una denuncia politica ed economica: investimenti pubblici mai tradotti in sviluppo reale e un sistema che, secondo l’imprenditore, ha lasciato indietro chi aveva creduto nel rilancio.
Da qui la decisione, clamorosa: «Ogni fine settimana salgo su, ma adesso non per lavorare, salgo per regalare… chi vuole viene, sceglie quello che gli serve e se lo prende, magari potrei mettere a offerta libera, per recuperare soldi che serviranno comunque a pagare quello che devo agli enti». Non una svendita, ma un atto simbolico, quasi una protesta pubblica: svuotare anni di lavoro per denunciare un sistema che, a suo dire, ha già svuotato il futuro della montagna.
Curtisi non cerca solo di liberarsi dell’attrezzatura. Vuole far arrivare il suo messaggio oltre il Gran Sasso, a livello nazionale. Perché quella dei Prati di Tivo, sostiene, non è una crisi isolata ma l’emblema di una gestione fallimentare della montagna italiana.
«Siamo stati illusi. E continuiamo a esserlo».
La paura, concreta, è quella già vissuta da altri operatori: attività chiuse, debiti e nessuna via d’uscita. «Non voglio fare la stessa fine degli altri. Anche se, in realtà, ci sono già dentro». E allora meglio trasformare la fine in un gesto pubblico, visibile, impossibile da ignorare. Quella di Curtisi è una storia individuale, ma racconta un fenomeno più ampio: lo svuotamento economico e sociale delle località montane. Sci e snowboard cambieranno proprietario e, magari, troveranno una neve sulla quale sciare.

