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La strada si divide: puoi proseguire dritto per entrare dentro la città, o puoi svoltare a destra per immetterti nella superstrada che ti fa andare via da essa. Sto descrivendo un preciso angolo di Teramo, quello di via Conte Contin dove gli automobilisti sono obbligati alla scelta. Una scelta che si ripete ogni giorno, centinaia e centinaia di volte, e che molto probabilmente quasi tutti fanno senza pensarci su, avendo già chiara la propria destinazione.
Io invece, quando mi ci trovo, sono attraversato da un duplice stato d’animo: se devo continuare per il centro cittadino, una sorta di muta angoscia mi accompagna; se imbocco la bretella, un senso di liberazione si impossessa di me, come se l’andare altrove fosse l’affrancarmi da una condizione angusta, inquieta, molesta.
Ecco, se c’è uno squarcio di città che può simboleggiare la Teramo di oggi, forse è proprio questo, che fotografa l’incapacità di attrarre, innanzitutto chi ci vive. Dove per attrazione si intende quanto un luogo possa essere caro, prezioso, quanto debba essere percepito come irrinunciabile, quanto venga vissuto con partecipazione e coinvolgimento.
Ed è dinanzi agli occhi di tutti lo smarrimento che suscita un luogo diventato senza interesse, una città nella quale non ci sono spazi dove sentirsi a casa (perché la propria città è la propria casa); che non offre dimensioni altre dal bicchiere di birra; che ha smarrito l’anima: quel soffio vitale che ne permeava l’identità, che ne disegnava l’unità e l’immutabilità.
Probabilmente è questo il portato più nefasto dei nostri tempi attuali: la resa alla brutta mediocrità vincente; la rassegnazione; l’incapacità alla reazione.
Siamo così ridotti a questo: dover sperare di imboccare la strada che apre orizzonti di vitalità, l’unica da prendere pur di scappare dal garage triste che siamo diventati.
AMLETO