«Mi si nota di più se non vado, o se vado e sto zitto?» Era più o meno questo l’amletico dilemma di Nanni Moretti, in uno dei suoi film più famosi. Ce l’ha riportato alla memoria, con il suo intervento oggi in Consiglio, Alessio D’Egidio di Azione quando, nell’analizzare la situazione attuale della Maggioranza, incartata, frantumata, ripiegata su sé stessa, ha toccato un tema importante, forse centrale in questa fase. «Questa non è una crisi politica - ha detto - ma è crisi di persone», ma è il passaggio successivo, quello più importante: «Lei SIndaco, per conservare la sua leadership, si sarebbe dovuto dimettere» D’Egidio non sbaglia: quando una coalizione si incrina, tra tensioni, veti incrociati e paralisi amministrativa, il rischio principale per un primo cittadino è quello di apparire ostaggio delle divisioni. In questo contesto, la scelta di rimettere il mandato diventa uno strumento di rottura: non una resa, ma un modo per portare allo scoperto le contraddizioni e costringere tutti gli attori a una scelta chiara. Le dimissioni hanno innanzitutto un forte valore politico. Spostano il confronto da una dimensione opaca, fatta di trattative interne e logoramento quotidiano, a un piano pubblico e netto. Il messaggio è semplice: non si governa a qualsiasi costo. È una linea che, se ben comunicata, può rafforzare l’immagine del sindaco come figura autonoma, capace di assumersi responsabilità e di non piegarsi a compromessi al ribasso. «Ma questo - conclude D’Egidio - lei non l’ha fatto»

