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La terra finalmente smette
di essere sospesa,

e il cielo si abbassa sulle spalle
di chi ha atteso.

Finita, finita l’attesa.
Le sue radici stanno
per trovare la terra
sono già quasi polvere.

La sua anima ha imparato
a restare in piedi

su un calendario di dolore.
In piedi come un cane fedele,
così stanno i giorni,

che non sanno più andare via.
Le mani dei suoi cari
non sanno dove posarsi,

perché ogni oggetto
è diventato una domanda
che cerca risposta.
Il ricordo estremamente triste
tocca la cima dell'abbandono.
C’è rabbia nei discorsi frammentati,

nei pezzi sommersi
delle voci spezzate.
La verità è più lenta del dolore,

cammina come una luce ferita,
l'addio non detto morde,

è un leone che cresce nella gola.
Finalmente, il corpo
troverà il suo rito,

una terra che non respinge
e accoglie.
Diciamo una preghiera,
insieme,
un saluto per colmare il vuoto.

 

Questa poesia nasce come un gesto di vicinanza umana verso chi resta, quando il lavoro si interrompe nel modo più duro e improvviso. Non cerca di spiegare i fatti né di sostituirsi al dolore reale, ma di dare forma a ciò che spesso non trova parole: l’attesa lunga, la rabbia trattenuta, la fatica di attraversare giorni in cui tutto sembra sospeso. L’obiettivo è accompagnare idealmente i familiari nel momento del commiato, riconoscendo la dignità della loro sofferenza e la complessità di una perdita legata al lavoro, dove si intrecciano affetto, responsabilità e ricerca di verità.
La poesia è dedicata alla memoria di Renato Zinilli, con rispetto profondo per la sua vita e per il dolore della sua famiglia.
Yuleisy Cruz Lezcano