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Scordella 12
C’è una parola che in politica pesa più delle tessere, più dei simboli, più delle strette di mano davanti ai gazebo: coerenza. Ed è proprio su questo terreno – quello scivoloso ma decisivo della coerenza interna – che nelle ultime ore si starebbe consumando un piccolo grande caso dentro la Lega abruzzese. Secondo indiscrezioni che circolano con sempre maggiore insistenza negli ambienti politici teramani, il sindaco di Silvi, Andreea Scordella, oggi referente provinciale della Lega in provincia di Teramo, starebbe valutando una mossa destinata a far discutere: alle prossime elezioni provinciali potrebbe spingere la candidatura di un proprio consigliere civico, dunque non iscritto al Carroccio, invece di sostenere un militante o comunque un esponente eletto organicamente leghista. Per ora – va detto con chiarezza – si tratta di un retroscena, di un rumor, di una voce di palazzo. Ma è una voce che inizia a fare rumore, perché se venisse confermata porterebbe con sé una domanda semplice e imbarazzante: che ruolo ha un partito, se i suoi referenti locali scelgono di non valorizzarne i tesserati? Il punto non è tanto (o solo) l’identità del possibile candidato civico. Il punto è il principio. Quando un referente provinciale di partito – figura che dovrebbe essere il terminale territoriale della linea politica – decide di investire su un nome esterno al partito, il messaggio che arriva alla base è inevitabile. E non è una questione di purismo ideologico. È che in politica i simboli non sono decorazioni: sono comunità, sono regole, sono selezione della classe dirigente. Se il criterio diventa: “conto io, scelgo io, i miei prima di tutto”, allora il partito smette di essere un soggetto politico e diventa un semplice contenitore elettorale. Una scatola. Da anni in Abruzzo il civismo viene usato come passepartout. Serve a tutto: per allargare, per mascherare, per non scontentare. Ma spesso è soprattutto una foglia di fico dietro cui si nascondono rapporti di forza, regolamenti di conti e leadership locali. Ed è qui che l’indiscrezione diventa politicamente significativa: perché la Lega dovrebbe “rinunciare” a un proprio iscritto proprio nella partita in cui contano radicamento e riconoscibilità? Se c’è un partito che ha costruito parte della sua narrazione sul valore della militanza, del territorio e dell’identità, è esattamente la Lega. Sostituire un tesserato con un civico – per di più promosso da chi dovrebbe rappresentare il partito – suonerebbe come un rovesciamento di quella storia. Il dettaglio più delicato è un altro: l’impatto interno. Perché se davvero si dovesse arrivare a una candidatura civica “benedetta” dai livelli provinciali, qualcuno inevitabilmente penserà che nella Lega teramana l’appartenenza sia un titolo secondario, quasi fastidioso. E questa è la strada più rapida per trasformare un partito in un condominio: tutti dentro finché conviene, tutti pronti a uscire appena cambia il vento. La Lega abruzzese non può permettersi l’ennesimo strappo. Non adesso. Non in una fase in cui i partiti, più che espandersi, stanno cercando di non sbriciolarsi. E soprattutto non in un territorio come Teramo, dove le dinamiche locali contano quanto – se non più – delle linee romane. Proprio perché si parla di un’indiscrezione, sarebbe utile che la Lega Abruzzo facesse quello che in questi casi è l’unica cosa intelligente da fare: chiarire. Chiarire se la linea è quella del radicamento, dei tesserati, della costruzione interna della classe dirigente. Oppure se la linea è un’altra: quella del “prendo chi mi serve”, senza bandiera e senza appartenenza. Perché entrambe le strade sono legittime. Ma non sono compatibili. E soprattutto: un referente di partito non può giocare su due tavoli senza che prima o poi il tavolo si ribalti.
ELISABETTA DI CARLO