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Screenshot_2026-01-19_alle_06.13.45.pngIeri sera Teramo ha avuto, finalmente, una rivelazione. Non mistica, non “indomita”, non in realtà aumentata come quelle interviste che l’assessore Filipponi ama rilasciare dal metaverso delle sue certezze: una rivelazione semplice, empirica, quasi crudele. Quella che si misura con i passeggini. Sì, i passeggini: il vero termometro del successo di un evento. Altro che i “numeri” e i selfie, le foto strette per far sembrare piena una piazza, le miracolose moltiplicazioni della folla. Ieri in centro c’erano famiglie vere, bambini veri, genitori veri. C’era gente che sorrideva, restava, partecipava. C’erano tombolate — quelle cose antiche che non fanno tendenza su TikTok ma riempiono le piazze con una naturalezza che nessun “concertone” ha mai avuto, almeno qui. E poi Lucilla: la festa, la musica, il rito collettivo. La “Befana posticipata”, insomma, ha fatto quello che il “Natale dei concertoni” non è mai riuscito davvero a fare: creare comunità. Ed è qui che la lezione diventa politicamente imbarazzante per qualcuno. Perché ieri si è visto, nero su bianco, che puntare sulle famiglie è stato vincente. Vincente davvero. Non “vincente” a colpi di comunicati e autocelebrazioni, ma vincente nel senso più banale e più spietato del termine: gente in piazza, atmosfera serena, partecipazione diffusa. Un centro che respirava, senza la solita ansia da grande evento costruito per fare scena più che sostanza. Ora, mettiamo subito le cose in chiaro: anche lo show di Lucilla ha avuto un costo importante. Trentamila euro non sono bruscolini e nessuno dovrebbe far finta che lo siano. Però — e qui arriva la mazzata — trentamila euro non sono centosettantamila. Non lo sono in nessun universo, nemmeno in quello parallelo in cui Filipponi racconta che “quello passato è stato il miglior Natale di sempre”. Centosettantamila euro. Per Sfera Ebbasta. E con il paradosso definitivo: per entrare hanno pure pagato un biglietto da 25 euro. Cioè, la città sborsa una cifra monstre per un “evento trainante” e il risultato è un concerto che non traina niente, se non il solito teatrino di giustificazioni. Una macchina costosa che produce fumo, rumore e un paio di stories, mentre intorno resta un deserto. E infatti ieri è successa un’altra cosa: di Filipponi non c’è stata traccia. Sparito. Evaporato. Assente come certi risultati quando si tirano le somme. E pare — pare — che nella “gianguideria” siano volate parole grosse. Non per caso: quando la realtà smentisce la narrazione, qualcuno si innervosisce. E quando la realtà lo fa con una piazza piena di famiglie e bambini, l’effetto è ancora più fastidioso: perché non puoi dire che “non capiscono”. Non puoi dare la colpa ai giovani. Non puoi scaricare sulle mode. È solo che il progetto concertoni è arrivato al capolinea. E si vede. Il punto è anche economico, oltre che sociale. Perché Teramo ieri poteva persino guadagnarci — davvero — se avesse avuto un minimo di vivacità commerciale. Se i negozi fossero rimasti aperti (altro problema tutto teramano, cronico e autolesionista), quel fiume di famiglie avrebbe lasciato soldi sul territorio: cioccolata calda, dolci, giochi, una cena improvvisata, un regalo dell’ultimo minuto. Le famiglie spendono: consumano, si fermano, vivono il centro. Il “tipico ragazzo del concertone”, invece, nella migliore delle ipotesi si fa una birra prima di entrare e poi sparisce. Non è una critica ai ragazzi: è un dato. È economia elementare, quella che non richiede consulenze ma solo occhi aperti. E allora sì: la giornata di ieri ha premiato la consigliera agli eventi Deborah Fantozzi, perché ha dimostrato che la festa può essere popolare, può essere piena senza essere pacchiana, può essere riuscita senza essere indebitata. È questo che dà fastidio a chi ha costruito la propria visione su un’idea costosissima di “feste”: l’idea che il successo dipenda dal cachet, dall’ospite, dal nome, dalla cifra. Quando invece dipende dalle persone. Filipponi intanto propone il grande rilancio: “L’anno prossimo si farà tutto al vecchio stadio”. Fantastico. Peccato che sul vecchio Comunale stanno per partire i lavori e che, tra un anno, non sarà certo disponibile. Ma forse nel metaverso dei comunicati i cantieri non esistono, i calendari non contano e le promesse si autoavverano. Un suggerimento, semplice e definitivo: la prossima volta che va in giunta, l’assessore chieda al collega Di Marcantonio. Scoprirà che esiste un’altra Teramo oltre quella “indomita”. Esiste la Teramo reale: quella delle famiglie, dei bambini, dei passeggini, delle tombolate. Una città normale — finalmente — che non chiede il concertone. Chiede solo di poter stare bene insieme. E ieri, con buona pace dell’assessore “indomito”euro, lo ha dimostrato.


ELISABETTA DI CARLO

Foto: elaborazione AI - certastampa digital