C’è qualcosa di straordinariamente italiano nell’arte di candidarsi a grandi titoli mentre si lascia impolverare ciò che già si possiede. A Teramo questa vocazione ha assunto una forma plastica: il Comune che da anni ha dimenticato il Premio Teramo – uno dei riconoscimenti letterari più prestigiosi del Paese, nato nel 1959, trampolino di lancio per intere generazioni di scrittori – oggi si candida con entusiasmo a diventare Capitale italiana del libro. Una scena quasi surreale. Come presentarsi alle Olimpiadi dopo aver murato la porta della palestra.
Il copione è quello ormai rodato. Ad agosto l’annuncione dell'assessore Antonio Filipponi e del Sindaco D'Alberto: “rilancio” del Premio Teramo, nuovo direttore artistico, 120 mila euro stanziati. Parole solenni, comunicati pieni di aggettivi, foto istituzionali. Poi il silenzio. A mesi di distanza non è successo nulla. Nessun bando, nessun calendario, nessuna giuria nominata. Il premio resta sospeso in una specie di limbo amministrativo, vittima di una burocrazia che, quando si tratta di cultura vera, sembra muoversi con la velocità di un bradipo stanco. E mentre il Premio Teramo – che dovrebbe essere il biglietto da visita naturale di qualunque politica culturale cittadina – viene lasciato evaporare, l’amministrazione alza l’asticella e punta direttamente al titolo di Capitale italiana del libro 2027. Ambizione legittima, per carità. Ma la domanda è inevitabile: capitale di cosa, esattamente? Del libro celebrato nei comunicati o del libro praticato nelle scelte concrete?
Il Comune rivendica, giustamente, il titolo di “Città che legge”, il Patto per la lettura, i progetti di inclusione, il Bibliobus, la Casa del Patto, l’accordo con la Biblioteca Delfico, l’apertura dei presìdi culturali, “Entrare dove non si entra”, “Letture e laboratori per l’inclusione”. Tutte iniziative rispettabili, molte anche meritorie. Un arcipelago di buone pratiche. Ma resta una crepa gigantesca: come si concilia tutto questo con l’abbandono del più importante strumento storico di promozione letteraria che Teramo possiede? Come si spiega che una città che aspira a rappresentare il libro a livello nazionale non riesca nemmeno a far partire il proprio premio simbolo? La sensazione è che si stia costruendo una narrazione elegante sopra un pavimento che scricchiola. Perché il Premio Teramo non è un dettaglio. È memoria, identità, reputazione. È ciò che consente a una città di parlare con autorevolezza al mondo editoriale. È ciò che distingue una politica culturale strutturale da una sommatoria di progetti. Senza il Premio Teramo vivo, funzionante, credibile, ogni candidatura suona come un vestito elegante indossato sopra un pigiama. Nel frattempo si annuncia la nascita di un “tavolo tecnico-scientifico” per la candidatura a Capitale del libro. Tavoli, per Teramo, non mancano mai. Mancano le sedie occupate da decisioni operative.
E allora forse la vera candidatura da presentare non è a un titolo nazionale, ma a un principio elementare: prima sistemare casa, poi invitare gli ospiti. Se davvero l’amministrazione crede nella lettura come “strumento di sviluppo personale, coscienza critica e creatività”, inizi dal gesto più semplice e più potente: far rinascere il Premio Teramo con atti, tempi certi, regole chiare, giuria autorevole, programmazione pubblica. Senza questo passaggio, parlare di Capitale italiana del libro rischia di trasformarsi in una di quelle operazioni cosmetiche che fanno molta scena e poca storia. E Teramo, di storia letteraria, ne avrebbe già una grande. Basterebbe ricordarsene.
Elisabetta Di Carlo

