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gran-sasso-parco.jpgDovevamo arrivare fino a oggi per scoprire che anche le nomine pubbliche possono diventare un esercizio di solipsismo politico: ci si propone, ci si legittima, ci si applaude. Tutto nello spazio di una stessa nota. Ce la cantiamo e ce la suoniamo, appunto. Accade con Davide Peluzzi, appassionato di montagna, che ha deciso di proporsi autonomamente alla presidenza del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Nessuna investitura ufficiale, nessuna designazione formale, nessuna richiesta esplicita da parte delle istituzioni competenti: solo una comunicazione in cui l’interessato annuncia se stesso come possibile presidente, spiegando perché sarebbe la persona giusta al posto giusto. Ora, il punto non è discutere le competenze personali, né il curriculum, né tantomeno la passione – sempre nobile – per l’ambiente e la montagna. Il punto è il metodo. O meglio: l’assenza di metodo. Le cariche pubbliche, soprattutto quelle che riguardano enti strategici e delicati come un parco nazionale, dovrebbero nascere da percorsi trasparenti, da procedure chiare, da valutazioni comparative. Non da un atto di autocandidatura trasformato in notizia. Il rischio è duplice. Da un lato si scivola verso l’idea che le istituzioni siano spazi occupabili per iniziativa individuale, come se bastasse alzare la mano – o inviare una nota – per entrare in partita. Dall’altro si alimenta una confusione pericolosa tra partecipazione civica e improvvisazione istituzionale. Candidarsi è legittimo. Farlo fuori da qualunque cornice procedurale e presentarlo come fatto politico compiuto è un’altra cosa. Perché se passa il principio che ognuno può proporsi da solo per guidare un ente pubblico, allora tanto vale abolire selezioni, valutazioni, consultazioni. Basterà l’autostima. O, peggio, la capacità di farsi pubblicità. Il Parco del Gran Sasso non è un palcoscenico personale. È un patrimonio collettivo, che merita governance seria, competenze riconosciute e scelte istituzionali fondate su criteri oggettivi. In attesa di sapere se e come verrà avviato un vero percorso di nomina, resta una sensazione sgradevole: quella di un Paese in cui persino le poltrone pubbliche rischiano di diventare oggetti di autocertificazione. E non è un buon segnale.

E.d.C.