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“L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. (Costituzione, art. 1). Ma in questo 1 maggio mi chiedo: ha ancora senso celebrare la “Festa dei lavoratori” in un Paese piagato da crisi industriali, dove un giovane su tre è disoccupato e sono stati bruciati due milioni di posti in 10 anni? In un Paese dove questo prezioso elemento è alla base dell’articolo 1 della Costituzione ma non è realmente presente nell’assetto della società. Siamo al cospetto di una Costituzione violata, offesa, tradita, di una democrazia svuotata di senso e di una giustizia sociale assente. E’ giusto fare festa o questa rischia di diventare un rituale fuori dal tempo con i nuovi sfruttati, le tutele spezzate, il caporalato digitale, contratti precari, mancanza di prospettive e per il deserto economico e di speranza col quale sono costrette a fare i conti i giovani, ma anche per le continue umiliazioni della propria dignità e delle proprie competenze che devono subire in ogni ambito. Mentre i dati Istat di ieri parlano di una lenta ripresa, di minore disoccupazione (quota 100 ?) di minor numero di giovani in cerca di lavoro, il lavoro è il grande assente a Teramo, città alla soglia di un drammatico tramonto. Una città della precarietà, dove molti si sono accomodati nel dolce far niente di un misero e deludente reddito di presunta cittadinanza, con un vero e proprio boom di contratti a termine, tante opportunità di “lavoretti” per poche ore settimanali, tantissimo lavoro nero… di lavoro non parla nessuno. A pensarci bene vengono le vertigini, le lacrime, lo sconforto, la rabbia. Ma queste non bastano e non servono. Prevale in maniera evidente il senso di inadeguatezza della classe politica che ha mal amministrato la nostra città in questi anni di fronte ai venti della storia che hanno spinto Teramo là dove nessuno aveva previsto. Nel territorio infido e pericoloso della crisi del mondo del lavoro, del turismo e del commercio, con numeri ben oltre il contesto nazionale, addirittura numeri drammatici, tra le pieghe della povertà.  Non c’è uomo pubblico che non ne parli, ma la situazione, invece di migliorare, sta peggiorando di giorno in giorno, anche perché le risposte date e fornibili sono del tutto inadeguate e tutte celate dietro il paravento lacero della crisi. Teramo vive una crisi economica e del lavoro grave, come mai prima dal dopoguerra. Nel contesto di una crisi industriale nazionale senza precedenti, con un forte impoverimento collettivo ed emarginazione sociale. Molte e sempre più famiglie non riescono ad arrivare a metà mese e a curare gli anziani. I lavoratori hanno perso tranquillità e dignità, la disoccupazione giovanile supera il 50% e i giovani laureati per trovare lavoro sono costretti ad emigrare. Sono centinaia le vertenze aziendali in atto. Una crisi che appare estranea al dibattito dei pavoni locali. Una crisi frutto di questo tipo di politica che ha sottovalutato e sottovaluta , e oscura con falsi annunci di nuovi posti di lavoro, progetti e fondi che fruttano, illudono ma non risolvono un problema.
Vero che la crisi non è solo a Teramo. Ma è vero anche che la crisi economica in atto ormai da diversi anni, rischia di diventare sempre più un alibi. Occorrono subito interventi strutturali per la ripresa produttiva, la creazione di nuova occupazione. Mentre chiudono artigiani e negozi storici, occorrono risposte rapide e concrete. E più credito. Gli avidi acchiappa soldi delle banche locali hanno fatto si che il credito abruzzese abbia subito una forte restrizione, realizzando il peggior risultato degli ultimi dieci anni. E sono state le imprese teramane quelle che hanno subito la riduzione maggiore.
A Teramo non servono più promesse a vuoto. Alla nostra città serve investire subito e bene le risorse a disposizione; tariffe eque per tutti, a partire da anziani, giovani, bambini, per il diritto alla salute e alla mobilità.
Occorre dare la sveglia ai politici locali, occorre che i cittadini si incazzino di più, molto di più, tutti, per intraprendere una reale strada volta allo snellimento delle elefantiache e antistoriche procedure burocratiche per una immediata riduzione dei tempi di attuazione dei provvedimenti, in modo da renderli compatibili con le esigenze del sistema produttivo.
Questo 1° maggio, al pari di molti altri, a dire il vero, sarà dunque un momento di tristezza, l’omaggio a un qualcosa che non c’è più, un emblema del vuoto nel quale siamo immersi, un inno all’assenza, al dolore e allo strazio per tutto ciò che abbiamo perduto in questi anni. Eppure, come sostenevano i partigiani, bisogna andar. Eppure bisogna resistere, sperare, credere ancora nella democrazia, nei suoi capisaldi e nel futuro perché questa è la grande lezione della nostra Carta, ciò che ci rende umani, ciò che ci permette di resistere al male, alla barbarie e all’abisso nella stagione in cui fascismo, liberismo e compressione dei diritti hanno fatto fronte comune contro gli esseri umani. La storia si sta ripetendo sotto forma di farsa tragica: da qui il dovere morale di testimoniare la nostra pacifica ribellione, tramandando ai giovani i valori fondamentali del nostro stare insieme e inducendoli a non rassegnarsi mai all’idea che essi ormai appartengano al passato. Buon 1 maggio a tutti i lavoratori. A tutti i giovani che un lavoro vero lo cercano, e non si accontentano di elemosina .
Leo Nodari

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