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agromafiaL'intensità dell'associazionismo criminale non risparmia nessuna regione italiana: se è elevata nel Mezzogiorno, è stabile e forte nel Centro dell'Italia, in modo particolare in Abruzzo. Per raggiungere l’obiettivo i clan ricorrono a tutte le tipologie di reato tradizionali: usura, racket estorsivo, ma anche a furti di attrezzature e mezzi agricoli, caporalato e violenza, lavoro nero e sfruttamento, macellazioni clandestine o danneggiamento delle colture con il taglio di intere piantagioni. Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione impongono la vendita di determinate marche e determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della crisi economica, arrivano a rilevare direttamente. Non solo si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy. L’intensità elevata dell’associazionismo criminale emerge con chiarezza nel 6° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, presentato all’Aquila da Gian Carlo Caselli, presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nel settore agroalimentare . Se nel Centro dell’Italia il grado di penetrazione è forte e stabile, è particolarmente elevata e in aumento in Abruzzo Un volume d’affari di ben 24,5 miliardi di euro, con un aumento nell’ultimo anno del 12,4%. Sono gli spaventosi numeri delle agromafie in Italia, che nonostante il periodo di crisi economica che attraversa la Nazione non conoscono stagnazione, e anzi crescono di giorno in giorno. La “concorrenza sleale” delle agromafie, è stato spiegato nel corso dell’incontro all’Aquila, soffoca il mercato e l’imprenditoria onesta. Il risultato è la moltiplicazione dei reati e dei prezzi, l’abbassamento della qualità dei prodotti, l’aumento dei rischi per la salute, con la violazione costante delle regole sulla contraffazione, sul biologico, sulla freschezza di carni e pesce. Un capitolo dedicato esclusivamente ai crimini delle agromafie a L’Aquila e Teramo

Si tratta principalmente di speculazione sui prodotti agroalimentari tipici delle zone terremotate, che consiste nell’acquistare ingenti quantità di prodotti a prezzi più che dimezzati, con la scusa di “manifestare solidarietà e vicinanza” alle popolazioni terremotate, per poi rivenderli a prezzi anche quadruplicati in nome della stessa solidarietà.

All’Indice di permeabilità all’agromafia (Ipa), l’Abruzzo risulta essere una delle regioni più esposte in Italia. Questo indice permette di indagare la permeabilità di un territorio rispetto all’agromafia, in considerazione di caratteristiche intrinseche alla provincia stessa (di ordine sia sociale, criminale, economico e produttivo).

Le province di Teramo e L’Aquila risultato essere classificate con un indice di permeabilità all’agromafia alto: ossia un’alta propensione ad essere vulnerabili a insediamenti della criminalità organizzata, in base alle proprie caratteristiche socio-economiche. Un ulteriore campanello d’allarme che deve far riflettere su quanto le mafie non debbano essere percepite come un fenomeno estraneo, bensì come un sistema integrato nei territori.

Oggi il mercato dei prodotti  agricoli, con quello della droga e del traffico di esseri umani rappresenta il nuovo orizzonte su cui affacciarsi per diventare più potenti. Ormai i clan non usano più il tritolo, ma possiedono armi di ultima generazione. Per questo la nuova mafia dei cibo sta diventando sempre più pericolosa ma, giacché è quasi invisibile agli occhi dei più, ed è poco conosciuta dall’opinione pubblica, e dall’associazionismo antimafia, se ne parla poco, anche se questa forma di mafia esiste in Italia da oltre vent’anni e se si è fortificata ciò, è accaduto anche per la totale assenza della Stato nel combatterla con mezzi adeguati.

Leo Nodari

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