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GIOVANNIPAOLO

Il Papa emerito Benedetto XVI ha scritto una lettera in occasione del 100° anniversario della nascita di Papa San Giovanni Paolo II, il 18 maggio.
Ricordo bene : alle 21,37 di 15 anni fa il cuore generoso di Karol Wojtyla smetteva di battere. Se ne andava dopo una lunga agonia il Papa gigante che aveva difeso l'Europa, l’aveva aiutata a respirare con due polmoni, l'est e l'ovest, aveva provato a metterla in guardia dagli egoismi tra nazioni ricche e nazioni povere, evidenziando ai capi di stato che il capitalismo selvaggio non sarebbe servito a costruire progetti a lunga gittata. Insisteva sull'importanza delle radici giudaico-cristiane come matrice unica di un progetto comune. Lette oggi tante sue omelie, tanti suoi discorsi, interventi agli ambasciatori, lettere private a capi di Stato sono uno straordinario lascito quanto mai attuale.  Giovanni Paolo II è morto circondato dal popolo. Il 2 aprile del 2005 piazza san Pietro era letteralmente invasa di ragazzi che pregavano e cantavano. La luce alla finestra del palazzo apostolico era accesa, quasi volesse accompagnare i suoi amici, i giovani, “le sue sentinelle del mattino”, li chiamava. Se n’è andato senza nulla nascondere della sua agonia, della sua vecchiaia, della malattia che prendeva il sopravvento e rendeva quasi osceno il passaggio, ma così facendo si è fatto amare ancora di più. Tre domeniche prima, durante la celebrazione delle Palme, riuscì a malapena affacciarsi, muto, con un ramoscello di ulivo in mano. Avrebbe voluto parlare ma non riuscì a emettere nemmeno un suono. La veglia che da quei giorni ha accompagnato il trapasso si è divisa fra tristezza e letizia, poi però quando è sceso dall'appartamento un funzionario per prendere la parola sul sagrato e annunciare al mondo la morte - il 2 aprile 2005 - si è fatto il silenzio. Molti piangevano, tutti pregavano. Ricordo bene quel pomeriggio, a un certo momento, ai suoi collaboratori Papa Wojtyla sul letto di morte disse a fatica: “Lasciatemi andare alla casa del Padre”.
“Colui che può porre un definitivo limite al male è Dio stesso”: così hanno ripreso vita le parole del pontefice polacco e oggi possono essere affiancate perfettamente alla commovente preghiera che Papa Francesco ha rivolto, in un’inedita piazza San Pietro deserta, affinché finisca presto il contagio in tutto il mondo. “Colui che può porre un definitivo limite al male è Dio stesso”. Poco più di un mese prima di morire, il 2 aprile 2005, esattamente 15 anni fa, San Giovanni Paolo II consegnava al mondo queste parole. Lo faceva nel suo ultimo libro intitolato “Memoria e identità”, un autentico bestseller come tutti i suoi testi. Il Papa polacco sottolineava che questo limite al male è la misericordia divina. Egli guardava alle spalle della sua lunga vita, ben 85 anni, gli ultimi dei quali segnati dall’avanzare inesorabile del morbo di Parkinson che però non gli aveva fatto perdere la gioia di vivere e di tornare giovane, come spesso faceva durante le Giornate mondiali della gioventù da lui inventate. È chiaro, come lui stesso scrive, che il male per lui rappresentava la fame, la povertà, la miseria subumana che affligge tanti popoli. E l’orrore del nazismo, i campi di concentramento, il comunismo, tutte le guerre contro le quali non aveva mai mancato di far sentire il suo forte grido di condanna, le mafie alle quali non risparmiò un anatema rimasto storico, l’oltraggio alla vita umana, in ogni sua fase, e più in generale ogni attentato alla persona. Ma sono parole che sicuramente possono essere lette anche alla luce del dramma della pandemia di coronavirus che il mondo sta vivendo proprio nell’anno in cui ricorre il centenario della nascita di San Giovanni Paolo II. E possono essere affiancate perfettamente alla commovente preghiera che Papa Francesco ha rivolto, in un’inedita piazza San Pietro deserta, affinché finisca presto il contagio in tutto il mondo.  Così a 15 anni dalla sua morte siamo ancora a chiederci cosa resta dell’eredità di San Giovanni Paolo II? È una domanda alle quale hanno cercato di rispondere i due Pontefici che gli sono succeduti. Benedetto XVI, suo fidato collaboratore e amico per un quarto di secolo, che lo ha beatificato. E Francesco – che io definisco il Papa immenso - che da lui è stato creato cardinale e che lo ha canonizzato. San Giovanni Paolo II fu il Papa che si immergeva nell’incontro con Dio, pur in mezzo alle molteplici incombenze del suo ministero. E poi la sua testimonianza nella sofferenza: il Signore lo ha spogliato pian piano di tutto, ma egli è rimasto sempre una ‘roccia’, come Cristo lo ha voluto. La sua profonda umiltà, radicata nell’intima unione con Cristo, gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche gli venivano meno. Così egli ha realizzato in modo straordinario la vocazione di ogni sacerdote e vescovo: diventare un tutt’uno con quel Gesù, che quotidianamente riceve e offre nella Chiesa. Giovanni Paolo II è stato un Papa missionario, un uomo che ha portato il Vangelo dappertutto. Viaggiava tanto. Sentiva questo fuoco di portare avanti la parola del Signore. Fu come San Paolo. E la mia generazione, la cosiddetta “generazione Wojtyla” è stata segnalata indelebilmente dalle immagini e dalle parole di quello storico pontificato durato quasi 27 anni. Dal crollo del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, che San Giovanni Paolo II contribuì decisamente a far cadere, all’avvento del terrorismo fondamentalista di matrice islamica con l’attentato alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001. Ma anche ai 104 viaggi internazionali e alle 146 visite in Italia. Al Papa atletico e sportivo dei primi tempi che si concedeva di andare a sciare sul Gran Sasso, in compagnia dall’allora presidente della Repubblica italiana  Sandro Pertini. Fino all’anziano  Pontefice  fiaccato dalla malattia negli ultimi anni. Per tutti, credenti e non credenti, rimangono indelebili le parole che pronunciò iniziando il suo pontificato, il 22 ottobre 1978: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura!” L’avvento di Wojtyla sul trono di Pietro, il 16 ottobre 1978, del Papa che arrivava dall’altra parte della cortina di ferro, rappresentò una vera e propria rivoluzione. Non solo per la Chiesa cattolica che dopo 450 anni ebbe un vescovo di Roma non italiano, ma per il mondo intero. E i vertici dell’impero sovietico se ne accorsero subito, fin dalla fumata bianca e dalle prime storiche parole pronunciate dal neo eletto: “Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… la nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete”. E così si presentò a voi tutti, per confessare la fede comune, la speranza, la fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare un cammino nuovo sulla strada della storia e della Chiesa”. Nessuno quella sera del 1978 avrebbe mai potuto immaginare che, esattamente 20 anni dopo, Wojtyla avrebbe messo piede a Cuba accolto con tutti gli onori da Fidel Castro. Proclamando insistentemente che “i diritti dell’uomo sono anche diritti di Dio”, diceva qualcosa di più di una bella frase. La accompagnava con una concreta denuncia degli scandali del XX secolo: i genocidi e i crimini contro l’umanità; l’apartheid, la tortura e la fame; gli attacchi contro le libertà civili, i diritti politici o i diritti economico-sociali; le guerre e gli attacchi contro il diritto alla vita; l’autodeterminazione dei popoli o la discriminazione contro le minoranze. Forse proprio per questo incoraggiava sempre a lottare per “una società in cui nessuno sia così povero da non avere nulla”. Certamente Giovanni Paolo II merita l’appellativo di “grande”, per l’insieme del suo Pontificato. Ma la sua vera grandezza sta nella sua santità; non nella sua attività. Tra le centinaia di immagini che ricordo quella che mi è sempre impressa è quella fatta qualche giorno prima della sua morte, il venerdì santo del 2005. Era molto malato, ma ha voluto essere presente, in qualche modo, alla tradizionale Via Crucis al Colosseo. Nella foto lo si vede abbracciato con forza a un grande crocifisso appoggiato sul suo viso. Una sintesi completa del suo Pontificato, incentrato nella preghiera e nella sofferenza, attraverso cui ha vissuto in modo eroico le virtù cristiane. Giovanni Paolo II ha mostrato a un’intera generazione che il tema di Dio è inevitabile. Era convinto che non è possibile comprendere l’essere umano se si prescinde da Dio. Istintivamente comprendeva che, senza Dio, l’uomo è solo un triste animale ingegnoso.

Leo Nodari

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