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Resiliente

Mi ricordo. Si mi ricordo. E’ stato tanto tempo fa.  Un microbico ed ostile essere cercò di trovare albergo nei nostri polmoni, riducendo, anche letalmente, le nostre capacità respiratorie. Mi ricordo. Si trasmetteva attraverso le goccioline della nostra saliva. Non avevamo armi di difesa, se non quella di contenerlo, diminuendo le possibilità di incontro con gli altri, distanziandoci, rimanendo a debita distanza l’un con l’altro. Andava evitato anche ogni contatto fisico, ogni gesto di saluto, affetto o incontro, che avvicinasse troppo le persone. I normali luoghi di incontro, dove si svolgevano le nostre quotidiane attività di vita subirono una chiusura o cambi sostanziali nella disposizione ed organizzazione degli spazi. Furono incentivati gli scambi e le relazioni a distanza tra lavoratori o insegnanti e studenti, attraverso l’uso delle nuove tecnologie. Per necessità videochiamate, telefonate e chat sostituirono l’incontro diretto con parenti ed amici. Ci fu chiesto di rinunciare al piacere di poter stare insieme aconversare, seduti ad un tavolino di bar o ad una tavola di ristorante. Ora il microbico essere maligno è stato domato e respinto. E’ tornata
una gran voglia di stare insieme, di incontrarsi, di vedere colleghi, conoscenti, parenti ed amici. Dobbiamo parlare e commentare quello che è successo. E’ stata un’esperienza unica, che ci ha reso consapevoli che impreviste e violente reazioni della natura possono mettere in crisi le nostre certezze, le nostre abitudini ed i nostri stili di vita consolidati.Il Covid si è dimostrato un’ottimoinsegnante: senza parlare ci ha fatto capire in poco tempo, semplicemente, che ne possiamo uscire solo se la cooperazione prevale sulla competizione, il senso collettivo sull’individualismo, solo se la sanità e la scuola non saranno più aziende alla ricerca del Pil, il debito pubblico può aiutare a ricostruire quello stato sociale che il neoliberismo ha smantellato. Oggi più che mai prevale, al contrario, ciò che Melville fece dire al capitano Achab, “il fine era folle ma i mezzi erano razionali”. Finalmente abbiamo capito tutti che dobbiamo fermare la follia del fine, e ricercare, nel disincanto, la poesia di un altro mondo possibile, perché quello in cui viviamo assomiglia a una danza di topi dentro una nave che affonda.  Diciamocelo: è stato un virus, è stata la paura della pandemia, ma prima o poi ci avrebbero fatto annegare i disastri ambientali. Qualcuno con la testa immersa nel vuoto, qualcuno pieno solo di egoismo, e anche qualche spettatore della Durso, in tanti hanno capito che  l’unica cosa per cui valga veramente la pena di lottare, e di lottare insieme, e l’eguaglianza reale in un mondo diverso.   Vedo gente in gran forma cerebrale che sapeva cosa bisognava fare. Lo sapeva adesso, ovviamente. Ora piovono critiche a governi, governanti e governatori. Che se le meritano, non tanto per il loro agire: a fare si sbaglia sempre tanto o poco, ma piuttosto per la spocchia con cui tutti i giorni ci ricordano che sanno fare ogni cosa quale che sia. E meno hanno un’idea più hanno voce.Credo che se una cosa si possa individuare nella politica contemporanea è il premio alla spocchia che sempre gli elettori concedono, la gente ama chi sputa sui concorrenti, c’è tutta una sinistra che ama gli snob e tutta una destra che ama gli arroganti. Sono due facce della stessa cultura, la merda umana che ci ha portati dove ci ha portati, la deriva del prima noi che ora ci fa frignare come scolarette perché i vicini ci fregano le mascherine, brutti cattivi! L’eterna lotta tra guelfi e ghibellini prosegue nei contagi e nelle convalescenze, nei morti per altre malattie che ormai non esistono più, negli ospedali che saranno ancora depauperati, dopo questa emergenza, da una ripresa che vedrà di nuovo il cemento, il petrolio e la stessa merda che ora ci mette in difficoltà farla da padrona.
Già, capiremo che il virus è roba da ridere in quanto a retorica rispetto a poi, quando tutti parleranno di ripresa. E solo perché nessuno ci sta pensando adesso, questo dovrebbe essere mestiere dei politici; perché non esiste mica solo il ministero della medicina, per ora l’unica cosa che vedo partorire dal genio dell’italico pensiero è chiedere soldi, spendere soldi, farsi dare soldi, senza minimamente pensare a che fare. Fare, semplicemente fare. Cercare nell’uomo i motivi delle devastazioni naturali è come sempre sintomo di delirio di onnipotenza.

Ma a quanto sembra non è arrivato il momento di cambiare modo e sostanza di quello che avviene e di quello che avverrà.Non hanno più grande senso le conferenze stampa quotidiane ansiogene della protezione civile che sembrano la Messa del pomeriggio prefestivo, in cui si somministrano dati non molto significativi. Tutto questo ha avuto una funzione importante, ma quello che ci serve ora è il passaggio a un livello diverso, quello dell’esposizione delle strategie, soprattutto rispetto a quella famosa fase di convivenza con il virus che si sta prospettando.

Gli italiani stanno facendo un esercizio di fiducia e pazienza – però non possono farlo “a debito”, devono essere trattati secondo verità – e forse c’è l’occasione storica di parlare di futuro (prossimo) a una nazione come la nostra, che si è sempre dedicata solo al più effimero presente.

Quello che ci serve, per essere resilienti – e non escludo che come quegli anni famosi furono chiamati gli anni della Resistenza, questi che stiamo per vivere potranno essere gli anni della Resilienza, peraltro virtù che non tutti i popoli europei hanno – , è sapere non quello che sarà (perché non lo sa nessuno), ma quello potrebbe essere.Se dobbiamo vincere questa guerra di resilienza – che rischiamo di perdere – non possiamo farla con le scarpe di cartone, ma dobbiamo essere avvertiti del ventaglio di possibilità. Non dubito che chi governa stia pensando al futuro. Chiedo che ne approfitti per renderci partecipi dei futuri possibili. Perché imparare a pensare i futuri possibili diventi un esercizio permanente anche per dopo.

Leo Nodari

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