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RapsieIl potenziale educativo del rap è enorme perché è una musica diretta, che esprime grande vitalismo e ha una grande capacità espressiva. Da quando il rap è nato nei quartieri latini di New York negli anni '70 sono tante la battaglie civili innescate da Tupac Shakur, Eminem, Jay Z o Lil Wayneperché i rapper usano la musica come strumento per trasmettere contenuti di tipo culturale e socialeDa sempre il tema cruciale è la relazione tra argomenti scabrosi, liberta di linguaggio, libertà artistica e responsabilità etica. Da qui la domanda che, ad esempio, ho posto nel recente concerto di Sfera e basta a Teramo: quanto può spingersi l’artista in nome della sacra e intoccabile libertà artistica ?

Certamente molto avanti si è spinta la poetessa napole -rosetana Angela Riccardi con il suo libro “Rapsie” che sarà presentato venerdi 27 febbraio alle ore 18,00 nella sala consiliare del Comune di Roseto. 

Avendolo letto in anteprima devo dire che “Rapsie” è un approfondimento educativo e sociale che rielaborando le esperienze di vita dell’Autrice invita a una coscienza critica a tempo di hip-hop. Snocciolando persone, momenti, sguardi tra riflessi diluce e ombre incalzanti le categorie emarginate in queste poesie possono finalmente avere una voce.  Il rap della Riccardi non ha niente a che vedere conlo sballo o lo sfascio della gioventù bruciata, niente da condividere con l’esaltazione del sesso tipico degli impotentiniente macchine veloci, soldi, armi e droga modelli dei falliti..Le rapsie di Angela Riccardi al contrario sono tutte al positivo. Non ignorano il dolore che c’è, è pregnante, si sente, si avverte ma diventa un importantissimo valore educativo. Il libro è e vuole essere un’occasione di partecipazione, riflessione e crescita condivisaun veicolo potente per trasmettere valori, costruire comunità e dare voce a chi altrimenti resterebbe inascoltato.  Il processo che precede questo libro è soltanto etico. Lo scopo è solo, semplicemente, sociale.  E per questo culturale nel senso più vero. L’Autrice si è preoccupata non solo del “cosa dire” ma anche del “come dirlo.Il messaggio è volutamente forte per raggiungere scuole, associazioni, comunità, realtà sociali e territoriali. Per fare inclusione.

Nel tempo del super-io ipertrofico del niente, dell’iperproduzione del vuoto e dell’algoritmo del brutto, in un’epoca segnata da ingiustizie senza freni, diseguaglianze crescenti, crisi ambientali e fragilità culturali, il mondo della cultura è chiamato a ridefinire il proprio ruolo come agente attivo di inclusione e coesione sociale. Parlare oggi di cultura come bene comune significa interrogarsi su chi legge, chi scrive, chi pubblica, ma soprattutto su chi resta escluso, per rendere la cultura un diritto e non un privilegio come primo indispensabile passo per costituire una nuova grammatica dell’empatia priva dei falsi toni compassionevoli di chi si sente “buono” e “solidale”. È tempo di superare questo sguardo riduttivo. Basta con i “buoni” un tanto al chilo davanti alle telecamere. Basta con le parole tanto sdolcinate quanto false. Basta con i termini annacquati che nascondono la vile complicità con l’iniquità di una società egoista e distratta. Chnon so se più egoista o più distratta. Promuovere storie scritte da persone con disabilità, o che vivono sulla pelle e poi raccontano la disabilità come esperienza complessa e quotidiana, per me significa aprire lo spazio letterario a una molteplicità di voci per dare vita a processi di condivisione, consapevolezza, identificazione e rinascita. Proponendo testi che “parlino” non solo a chi vive esperienze traumatiche o marginali ma a tutti quelli che vogliono ascoltare.

Queste poesie di Angela Riccardi non solo danno voce, ma restituiscono dignità narrativa a chi è troppo spesso oggetto di cronaca e mai soggetto di racconto, per offrire spazio e venti , luci e orizzonti ad un contesto di fragilità, dimostrando che – volendo -anche nei luoghi più segnati è possibile generare cultura, memoria e futuro.

Convinti che un libro possa ancora cambiare il destino di una persona. E, con essa, il destino di una comunità.Come vorrebbe fare questo libro che ha la presunzione non solo di essere letto ma anche condiviso, discusso.  Per diventare un seme strumento di trasformazione sociale.

Leo Nodari