“Un incontro intenso, attraversato da domande profonde e da un silenzio pieno di significato, quando uno spazio si riempie così, significa che esiste ancora il desiderio di fermarsi e interrogarsi insieme su ciò che conta davvero… porto con me l’energia della serata”.Queste le parole di Domenico Iannacone ospite, nei giorni scorsi a Giulianova, della IV edizione della rassegna “Parole in circolo”.
Ha dialogato con Iannacone la giornalista Alessandra Angelucci.
Lei ha detto:“Esiste un modo diverso di stare al mondo, di abitare le cose, di incontrare l’altro”. Ci spiega qual è questo modo diverso?
Il modo parte soprattutto nel guardare negli occhi le altre persone. Platone sosteneva che se una persona guarda nell’occhio di un’altra persona e scruta la pupilla vede riflessa la propria immagine e questo è la sintesi del rapporto che ci può essere. Noi non siamo nessunose non ci specchiamo nell’altro, il modo di guardare dovrebbe darci la capacità di incontrare e di avvicinarsi agli altri. Noi siamo diventati diffidenti e spesso non lo facciamo.
Franco Arminio ha scritto un post su di lei: “…senza le storie non c’è narrazione, dobbiamo fare alfabetizzazione emozionale”. Che cos’è l’alfabetizzazione emozionale?
Franco, con cui ho un rapporto anche intensodi scambio, intendedire che le storie devono avere all’interno della narrazione qualcosa che lasci un punto di sedimentazione nel racconto. Noi dobbiamo, dopo aver sentito una storia, ripensarci il giorno dopo, e dopo un mese e dopo un anno . Le storie devono incidere sulle coscienze e l’alfabetizzazione emozionale, emotiva, se la vogliamo chiamare così, deve servire soprattutto a dare senso a quello che raccontiamo, le storie devono avere profondità, devono avere qualcosa che caratterizzi l’umanità. Senza quello non sono storie.
Che rapporto ha con le storie che racconta?
Diciamo che le storie che racconto spesso trovano da parte mia una specie di concatenazione alla mia vita. Io esco ogni volta che racconto una storia trasfigurato, le storie incidonoanche su di me non soltanto sulle persone che levedono, perché sono emotivamente coinvolto. Le storie mi permettono molte volte di evolvermi. Sono a distanza di cinque, dieci, ventianni una persona totalmente diversa perché ho incontrato molta umanità. L’umanità alla fine mi copre, mi immerge e sono cose che lasciano il segno.
Per Domenico Iannacone il senso dell’umano è
Il senso dell’umano è il senso di ritrovare la dimensione del dialogo, voglio utilizzare anche un’altra parola chiave : la cura. Dobbiamo prenderci cura di noi stessi e anche degli altri, dare spazio alle vite fragili, alle storie invisibili, alle verità che non fanno rumore.
Domenico Iannacone è nato a Torella del Sannio (CB).Ha iniziato giovanissimo la carriera giornalistica. Inviato di punta di Ballarò e Presa diretta (Rai 3). Ha ideato e condotto, per sette edizioni, il programma d’inchiesta I dieci comandamenti e dal 2019 è in onda con Che ci faccio qui, uno tra i programmi di approfondimento più seguiti di Rai3. Per cinque volte gli è stato attribuito il Premio Ilaria Alpi. Nel 2015 ha vinto il premio Borsellino e nel 2017 Goffredo Parise. Con il film documentario “Lontano dagli occhi” ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali. Nel 2022 è tra i vincitori del Premiolino, uno tra i più antichi e autorevoli premi dedicati al giornalismo.

