Addio alla "Roccia" Biancorossa: L’Ultima Partita di Benito Ercoli
Meno di un anno fa, il destino mi concesse un ultimo appuntamento con la storia, quella fatta di polvere, sudore e maglie pesanti di lana. Accompagnai l'amico Roppoppò il Cantastorie, al secolo Franco Palumbo, in una delle sue consuete visite agli ospiti della casa di riposo "De Benedictis". L'intento era nobile e semplice: donare due ore di leggerezza tra canzoni popolari e la lettura di poesie dialettali, quelle rime che sanno di casa e di radici. Appena varcata la soglia, il mio sguardo si posò su un vecchio in carrozzina. Il suo corpo era piegato in modo innaturale, quasi come se il peso degli anni avesse infine vinto quella resistenza fisica che un tempo pareva eterna. Mi offrì un sorriso che, sul momento, mi parve allucinato, lontano, tanto da farmi temere che le nebbie della demenza senile avessero avvolto i suoi pensieri. Contraccambiai quel gesto con una carezza distratta e un sorriso di cortesia. Non lo avevo riconosciuto. Fu un’addetta della struttura a scuotere la mia coscienza con poche parole: "Quello è Benito Ercoli". In quel momento, il presente sbiadì per lasciare spazio a un passato glorioso. Chi avevo davanti non era solo un anziano fragile, ma il protagonista di mille battaglie, il difensore nato ad Ascoli Piceno il 28 settembre 1935 che aveva legato indissolubilmente il suo nome al Teramo. Tornai da lui di corsa, col cuore che batteva al ritmo dei vecchi tamburi dello stadio. Per dargli la certezza che il velo era caduto, che finalmente lo "vedevo", lo abbracciai con forza. E lui ricambiò. In quell'abbraccio commosso e silenzioso, ci dicemmo tutto quello che le parole non avrebbero saputo spiegare. Lui era contento, io lo ero ancora di più. Lo avevo conosciuto quando, da giovane cronista, seguivo le sue gesta con ammirazione. Benito era un combattente nato, un difensore arcigno che, pur non essendo atleticamente possente, si ergeva come una roccia invalicabile. Aveva esordito in maglia biancorossa proprio il giorno del suo ventitreesimo compleanno, il 28 settembre 1958, in quel Teramo-Torremaggiore terminato 4-1. Da lì, per otto stagioni consecutive, dal 1958 al 1966, aveva collezionato 177 presenze e 4 reti, diventando il simbolo di un calcio che non chiedeva permesso. Ricordai la sua tempra indomita, quella vis agonistica che lo portò a subire una lunghissima squalifica dopo uno scontro epico contro il Barletta, un duello che, non pago dei novanta minuti, era proseguito con l'arbitro fin dentro gli spogliatoi. Era un uomo d'altri tempi, di quelli che non indietreggiano mai.
La nostra amicizia, nata sui campi di gioco, era fiorita negli anni della maturità; ogni incontro fortuito era una festa, un rievocare tempi in cui il calcio era ancora un rito collettivo e sincero. Vederlo prigioniero di quella sedia a rotelle mi ha fatto male, costringendomi a riflessioni amare sulla parabola della vita e sulla vecchiaia che, come scriveva Cicerone, è di per sé un morbo che consuma.
Questa mattina, la notizia della sua scomparsa ha chiuso definitivamente quel sipario. Ma la mia immaginazione produttiva non si arrende: sul mio schermo cinematografico interiore continuano a scorrere, nitide e fiere, le immagini dei suoi recuperi prodigiosi, dei suoi contrasti duri ma leali, della sua maglia sudata sotto il sole o nel fango. Addio, Benito. Il fischio finale è arrivato, ma per chi ti ha conosciuto e raccontato, la tua partita non finirà mai. Riposa in pace, campione, roccia del nostro tempo.
Elso SImone Serpentini

