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Mi sarebbe piaciuto che mio figlio, alle soglie della maggiore età, vedesse per la prima volta la nazionale italiana al mondiale di calcio. L’Italia dei quattro mondiali vinti, dei Nereo Rocco, dei Rivera, Mazzola, Baggio, Del Piero, una nazione sempre in bilico che trovava nella disciplina elettiva la riconciliazione civile. Ieri sera, siamo stati eliminati dal Brasile, dalla Francia, dalla Spagna, dall’Argentina, dagli inventori inglesi, dall’Olanda del calcio totale. Scherzo, chiaramente. Siamo stati mandati a casa dalla Bosnia, peraltro non immeritatamente. Svezia, Macedonia, Bosnia, gli ostacoli insormontabili per il calcio italiano. Storia da avanspettacolo.
 
Nel Paese delle indulgenze, una giustificazione non si nega a nessuno: l’espulsione, il rigore, i rigori. Ecumenismo filosofico, ciò che impedisce di ricongiungere le nostre origini gloriose ad una balbettante storia recente. Ma parliamo di calcio che, tra le fesserie della vita, è quella che attira più interesse. Ancora per poco, visto che siamo circondati, sempre più, da giocatori di padelle, uno sport che evoca, non senza brividi, la sala della pallacorda.
 
Il calcio italiano non merita di partecipare ai mondiali. Un ragazzo nato nel 2014, forse, avrà la possibilità di vedere l’Italia nel massimo torneo calcistico nel 2030. Un appassionato ottuagenario, forse, se Dio lo assiste. Analizziamo le cause, da totali incompetenti di tattica e di ridicole lavagnette. Il calcio italiano va riformato nel profondo. Dai campi di calcio vanno allontanati di corsa quei ridicoli strateghi della tattica che castrano la fantasia, la velocità, l’estro e il dribbling di molti giovani talenti. Gli addetti ai lavori conoscono la frase “ricomincia da dietro” o quella più simpatica del “guadagna”. Locuzioni tombali, offese al merito, atteggiamenti arrendevoli di chi pur sapendo di poter aspirare ad un otto in pagella, si accontenta di un cinque, che gli scrutini trasformeranno in sei.
 
Il calcio italiano, anche nei suoi meandri più scadenti, e mi riferisco alle categorie dilettantistiche, è di una noia mortale. Difensori che toccano la palla cento volte e attaccanti che meritano encomi per aver aiutato la squadra senza mai tirare in porta o aver fraseggiato più di tre volte con i compagni. L’invenzione del modulo a cinque, artificiosamente classificato a tre, è straordinario. I quinti sono spesso dei calciatori con prevalenti ordini difensivi oppure orpelli inutili che non possono essere rischiati in mezzo alle zone nevralgiche. Un allenatore, alcuni giorni fa, mi ha confidato che come quinti schiera gli under, perché fanno meno danni in quella posizione. A cosa serve obbligare le società a schierare giovani scarsi, destinati alcuni anni dopo ai campetti per scapoli ed ammogliati, piuttosto che educare i bambini a migliorare la propria tecnica, a fare un dribbling, a colpire con entrambi i piedi, a sperimentare tutti i ruoli dello scacchiere? Una regola, quella degli under, che dovrebbe essere cancellata subito. Anni fa, nelle prime squadre giocavano anche ragazzini, pur non essendoci alcun obbligo. Solo perché eravano forti nel gioco del calcio. Sentiamo spesso dire da chi di calcio ne capisce meno di noi, e noi siamo a zero, che un diciottene è giovane per giocare in serie C o in serie D. Infatti, ieri sera un diciottenne ci ha eliminati dal mondiale. Un ragazzino che ha le qualità per giocare a calcio, anche a quindici anni può disputare quei campionati. Il problema è un altro. Basta fermarsi ad osservare gli allenamenti di un settore giovanile, ma anche di tante prime squadre. Tattica, chiacchiere, tattica e ancora chiacchiere. Tattica in categorie in cui vi sono calciatori che faticano, a piede invertito, a rinviare una palla o a colpirla di collo. La palla va dal portiere al centrale, poi al braccetto, poi al centrale, poi al portiere che rinvia. Insomma, una barzellette o un pesce d’aprile permanente. Un popolo che si illude circa l’esistenza di massimi sistemi, che nel calcio non ci sono e mai ci saranno, tranne in quei contesti in cui si fronteggiano solo campioni.
 
E cosa dire quando, nel momento più topico di una gara, una prima punta viene sostituita con un difensore centrale? Paura, limite, comunicazione subliminale, anticamera dell’insuccesso. E come scendere la scaletta del ring di pugilato.  Se un allenatore ha giocatori forti deve solo sciogliere le briglia e farli giocare tutti. Più ci lavora sopra, più si avventura in riflessioni quantistiche, meno risultati otterrà. Mettere le ganasce a Varenne sarebbe stato considerato un delitto. Infine, una riflessione finale. In Italia, a differenza di quanto accada nelle nazioni più forti, anche le categorie non professionistiche,  cioè quarta serie (serie D), quinta serie (Eccellenza) e sesta serie (Promozione), meritano grandi attenzioni e pericolose illusioni.  Di contro, i settori giovanili fanno mediamente sorridere, anche per carenza di tecnici adeguati, risorse, impianti. Non occorre essere Enrico Fermi per capire che un giocatore dilettante non sarà mai un calciatore vero, mentre un infante potrebbe diventarlo. Sarebbe il caso di inverire il pensiero e l’interesse comune. Poi, troppo calcio, troppe squadre, una schiera di tecnici millantori, migliaia di piccoli campioni, mentre la Bosnia, una piccolissima comunità, stacca il biglietto per il mondiale. E non è un pesce d’aprile !
GIGIRRIVA